La Rossa del calcio aperta e inclusiva che fa crollare tutti i nazionalismi
La squadra mondiale rispecchia un’idea della Spagna e delle tante nazionalità che la compongono diversa da quella della politica.
La Spagna più bella di sempre gioca domani per avverare un sogno. Parole trite e retoriche, certamente, ma non per questo lontane dal vero. Le speranze che vengono riposte in questa nazionale ci dicono molto di questo paese, di come vuole rappresentarsi e di cosa, dunque, vorrebbe essere.
C’è sicuramente la crisi economica a modellare il feticcio da sconfiggere con una buona prestazione della Rossa. Il passaggio alla crisi è stato repentino, determinato dalle debolezze strutturali di un’economia dipendente dal mattone, con un indebitamento privato tra i più alti d’Europa (gli spagnoli sono i primi quanto a esposizione verso le banche per mutui immobiliari) e un pesante passivo nell’import-export. Una crisi arrivata di corsa ma le cui basi si sono consolidate nel tempo.
Per quanto gli spagnoli siano pronti a giudicare duramente Zapatero per la sua politica economica, si tratta esattamente di quella iniziata da Pedro Solbes nel ’93-’96, con l’ultimo governo di Felipe González, e seguita dai due governi Aznar, dal ’96 al 2004, mentre Solbes «sovrintendeva» al processo con la delega economica della Commissione europea dal 2000 al 2004. Per riprendere nuovamente il timone come ministro economico e primo vicepresidente nei due governi Zapatero, sino all’aprile 2009, quando venne sostituito da Elena Salgado.
Una vittoria nel mondiale sarebbe una bella boccata d’aria fresca per la Spagna (e per Zapatero) davanti alla difficile congiuntura economica, per non dire delle valutazioni per le quali una vittoria al Mundial varrebbe circa un punto del Pil.
Ma questa nazionale, amata in maniera sorprendente dagli spagnoli, ci racconta qualcosa riguardo all’idea della Spagna e delle nazionalità che la compongono, della quale cittadini e politica sembrano avere visioni molto diverse. Tutti gli spagnoli hanno fatto propria questa nazionale costruita sull’ossatura del Barcellona (sette giocatori contro la Germania) con un direttore tecnico, Fernando Hierro, e un allenatore, Vicente Del Bosque, madridisti fino al midollo. Davanti alla Rossa, a questa nazionale aperta e identitaria, ogni contrasto nazionalista cade. C’è spazio per tutti: da Fernando Llorente e Javi MartÃnez, stelle dell’Athletic Bilbao (la cui politica è quella di tesserare solo giocatori baschi o che si siano formati da giovani nel Paese basco), a David Silva, nato nelle Canarie e colonna del Valencia; da Xabi Alonso, basco di Tolosa e solido centrocampista del Real Madrid, a Jesús Navas, andaluso nato a 20 chilometri da Siviglia, nella cui squadra milita con successo; da Pedro RodrÃguez Ledesma, anche lui canario di Tenerife e attaccante del Barcellona, a Carlos Machena, sivigliano e titolare della difesa del Valencia.
Normale per una nazionale ma quello che piace agli spagnoli è l’armonia di tutto il gruppo, concentrato e coeso nel fare il meglio per la squadra. E così VÃctor Valdés, portiere del Barcellona e riserva di Casillas, si allena senza posa aspettando il suo turno. Reina e Marchena, dei quali si temeva il carattere, trascinano la squadra dalla panchina, sempre a sostenere e motivare i compagni in campo. Così pure Diego Silva, che era titolare e ora non più, o Cesc Fabregas, che nell’Arsenal è capitano.
Una squadra nella quale le identità non sono in contrasto e anzi collaborano per uno scopo comune. Tutt’altra cosa da una politica che, orfana delle ideologie, cerca nel nazionalismo, ormai trasversale alle forze politiche, parole d’ordine, rivendicative e rivendicative, sulle quali attrarre gli elettori. Un dibattito sempre meno sopportato da coloro ai quali è rivolto: gli elettori che anche per questo votarono Zapatero quando si propose come il politico che avrebbe affrontato la questione territoriale spagnola. A partire dalla Catalogna, per la quale si impegnò a appoggiare qualsiasi testo del nuovo Statuto autonomico venisse votato dai catalani, mal corrisposto dai partiti catalani, socialisti compresi, che hanno scritto un testo che non poteva passare integralmente il vaglio della conservatrice Corte costituzionale.
Proprio ieri la Corte ha reso noto il dispositivo della sentenza con la quale, il 6 giugno, ha respinto una parte dello Statuto catalano, circa il 6% del testo. I toni degli opposti nazionalismo sono ancora alti: «Non accetteremo revisioni! Non permetteremo che la volontà popolare venga contraddetta! Non consentiremo che il paese si rompa!». Il paese, invece, guarda alla Rossa, alla sua nazionale specchio di un paese identitario e aperto, molto diverso dal nazionalismo escludente che non dà speranze per il futuro.
[Questo articolo è stato pubblicato su Europa del 10/7/10; immagine: il polipo Paul]
da Igliff
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