Germania – Spagna, una sfida allo specchio
Inutile fare finta di niente, invocare disinteresse e distacco, antipatia per il pallone o impegni di lavoro, e neanche la fede nazionalista antispagnola. Oggi tutta la Spagna sarà davanti alla televisione, o in altro modo in ascolto, a seguire la sfida con la Germania.
E con ragione. Questa è la migliore nazionale di sempre, campione d’Europa, una squadra solida, che fa del possesso palla la sua forza, accogliendo la lezione di Nils Liedholm secondo la quale finché la palla ce l’abbiamo noi gli avversari non possono tirare. Una squadra con giocatori dai piedi buoni ma non dipendente dai fantasisti, un blocco coeso attorno al nucleo del Barcellona.
Le aspettative sono dunque tante e per questo ancor maggiore può essere la delusione. Vittoria o sconfitta. Entrambi i risultati avranno conseguenze, e non potrebbe essere altrimenti in un paese calciofilo. Influiranno anche sul quadro politico? La domanda è lecita, il gioco è lezioso e utile, perché guardare questa squadra per gli spagnoli sarà un po’ anche guardarsi allo specchio.
La Spagna di oggi è diversa da quella di due anni fa. Evanescente l’immagine del paese senza crisi, che scala i gradini della classifica del Pil pro-capite. La locomotiva che precede i partner europei spinta dal combustile della sua dinamicità è ormai passata. Come pure il paese solidale, il campione negli aiuti allo sviluppo, il costruttore della Alleanza tra le civiltà , alternativa allo scontro di civiltà delle Torri gemelle e della seconda guerra irachena. Resta il paese dei nuovi diritti, ormai acquisiti, mentre la crisi vuole una guida per affrontare le difficoltà .
In tutto questo arriva il Mundial. La nazionale più bella di sempre. La voglia di vincere. Finché davanti non si para la Germania più bella di sempre. Una squadra, incredibile a dirsi, simpatica. Giovane, veloce, padrona del campo, della palla e in eccellente stato fisico.
Gli spagnoli hanno sofferto il Sudafrica più di quanto immaginassero. La prima partita persa con la Svizzera. La vittoria con l’Honduras, non entusiasmante, e poi quella col Cile: una partita tesa fino allo spasimo, un’accanita girandola di occasioni e rovesci. Una sfida dalla quale i telespettatori sono usciti senza fiato, neanche fossero stati in campo.
Un successo farebbe bene a tutti, influirebbe sull’umore, predisporrebbe gli animi ad affrontare con più sicurezza le difficoltà nazionali. Son cose ovvie. Il paese tornerebbe a far parlare di sé per notizie positive. Naturalmente, farebbe un gran bene al governo. Aiuterebbe Zapatero a ridare slancio al suo ottimismo e soprattutto a farsi perdonare per averlo portato avanti oltre ogni logica e contro ogni evidenza di realtà , negando fino all’ultimo l’esistenza di una crisi che già mordeva con denti aguzzi mangiando rendite e posti di lavoro.
Una sconfitta, al contrario, potrebbe dare ali al pessimismo, far pensare che quel che va male possa peggiorare. Sarebbe il rovescio definitivo per Zapatero? Dopo aver sottoposto gli spagnoli a una manovra economica durissima, rompendo anche la pace sociale sulla quale ha sempre puntato e affrontando uno sciopero generale deciso da sindacati poco convinti, Zapatero sa bene che «Una vittoria spagnola non cancellerebbe dalla mente dei cittadini i problemi economici del Paese, che conoscono molto bene», come ha detto lui stesso. Se non riesce a recuperare credibilità e non porta subito a casa dei risultati economici, difficilmente frenerà il declino di un ciclo politico che appare esaurito.
Lo aiuta, però, l’inconsistenza dell’alternativa costituita dal Partido popular di Mariano Rajoy, che gli lascia ancora margini di manovra. Per provare a mettersi in condizione di rivendicare le luci rispetto alle ombre. Nelle politiche territoriali, per esempio, dove a fronte del semi-insuccesso catalano – con il nuovo Statuto incagliato nelle secche del Tribunale costituzionale – c’è la positiva esperienza del governo basco, coi nazionalisti all’opposizione e il Pp che appoggia l’esecutivo di Patxi Lopez. Per rimodellare il governo e proporre la sua squadra per affrontare il campionato delle elezioni del 2012. Per riuscire di nuovo a convertire una sconfitta certa in una vittoria sorprendente.
Un sottile orgoglio è sentito da tutti gli spagnoli: interpretare, rispetto a noi italiani, il futbol nel modo corretto. Non si sopporta la furbizia del catenaccio, il difensivismo, la tendenza alla simulazione, il sentirsi sempre Davide e mai Golia. Per gli spagnoli è più importante giocar bene che vincere. Questa volta non sarà così. Soffrendo e sperando, tra vittoria e sconfitta.
Questo articolo è stato pubblicato sul numero odierno di Europa, col titolo “Spagna in finale, l’ultima spiaggia di Zap”.
[immagine: invito alla proiezione della partita di stasera nei giardini dell'Istituto cervantes di Roma]
da Igliff
Visualizza / Lascia un commento






