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«Ha vinto la Spagna della generazione post-Zapatero»

Intervista a Miguel Mora (El País): una squadra giovane, europea e cosmopolita.
Quello che ha vinto il Mondiale è l’España fútbol club. Una squadra nuova per il posto che ha nel cuore degli spagnoli, un gruppo che rappresenta una nuova generazione, cresciuta nella Spagna moderna, europea e democratica.


La RojaQuesta nazionale ha sovvertito abitudini e pronostici, ha vinto dopo anni attesa, ha giocato bene e ha conquistato Europeo e Mondiale. Soprattutto, ha cambiato l’idea di nazionale di calcio degli spagnoli, unendo intorno alla squadra le diverse nazionalità che compongono il mosaico spagnolo. Il nazionalismo livoroso dei partiti, in cerca di senso per sé nell’era postideologica, pare stavolta essere rimasto indietro, davanti allo scatto di una squadra che ha acceso la passione di tutti. In questo senso in Spagna parlano di España fútbol club: per la prima volta la nazionale rappresenta i suoi tifosi come i grandi club di Madrid e Barcellona fanno coi loro, imponendosi nel calcio mondiale e catturando i cuori.

Per capire la novità di questo sentimento ci facciamo aiutare da Miguel Mora, il corrispondente in Italia de El País. Madrileno, giornalista ma anche grande conoscitore del flamenco, amante del calcio e tifoso dei colori bianco-rossi dell’Atlético Madrid, Mora è, come tutti gli spagnoli, innamorato di questa nazionale. «La vittoria arriva in un momento difficile, con questa crisi che ci ha sorpreso quasi più per la repentinità che per l’intensità, che pure è tremenda perché come sempre in Spagna le crisi economiche flagellano l’occupazione; e avrà i suoi effetti. Migliorerà la percezione della realtà, che era molto cupa, malinconica e triste: quella della fine di un periodo di ricchezza mai conosciuto prima e di una crisi che gli economisti ci dicono sarà lunga».

Questa vittoria avrà un effetto diretto sull’economia?
Io sono scettico. L’economia non migliorerà, semmai ne beneficerà il marchio-paese, che per quanto riguarda lo sport è già molto quotato. Veniamo da un periodo lungo e intenso: da Indurain nel ciclismo sino al motociclismo, al basket, all’automobilismo.

E sulla politica?
Farà bene al governo, ma non in maniera diretta. Ne trarrà giovamento perché l’opposizione in Spagna è catastrofista, ha bisogno di scenari drammatici. Questa vittoria, con tanti catalani, invece…

Cioè?
In Spagna non si governa senza catalani, con questo sistema elettorale e questi partiti. E neanche senza baschi. Il fatto che questa nazionale sia molto catalana, con molti giocatori del Barcellona ma non solo, dà un senso diverso al dibattito in corso.

Rende meno sostenibili posizioni estreme?
È curioso come sabato ci sia stata a Barcellona una manifestazione contro la sentenza della Corte costituzionale sullo Statuto catalano e domenica, per la partita, ci siano state altrettante se non più persone. E così ovunque, anche nelle piazze delle cittadine basche più nazionaliste e indipendentiste, c’erano schermi dove proiettavano la partita e gente che la guardava.

Quale Spagna rappresenta questa nazionale?
Una generazione sportiva che è quella dell’ingresso della Spagna nel primo mondo. Sono tutti ragazzi nati nel 1980, nell’85, cresciuti nella Spagna democratica, dopo la morte di Franco, nel periodo in cui siamo diventati un paese di prima fila in Europa, moderno, non più un buio regime clerico-fascista.

E perché l’amate tanto? Voi spagnoli non avete mai voluto troppo bene alla nazionale.
Quello che ci affascina e che questa non è una nazionale muscolare, ama la bellezza del gioco in sé, in maniera quasi infantile, prima che una bandiera: sono uniti per un pallone, non per un’idea di patria. Questo ha cambiato anche la percezione di tanti spagnoli che non si identificavano nella squadra. Non solo i nazionalisti baschi o catalani. Quello delle Furie rosse era un mito franchista nel quale, per i democratici, è sempre stato molto difficile identificarsi. Come con la bandiera, che non era il tricolore repubblicano e democratico ma quella della spaventosa repressione, che aveva anche soffocato le autonomie. In questa squadra non c’è questo “spagnolismo” aggressivo e reazionario. È la Spagna moderna, plurale, giovane e cosmopolita. Che parla l’italiano con Fernando Alonso e l’inglese con Pau Gasol. Uno stile più gentile, che seduce e non impone.

È la Spagna di Zapatero?
No. È la generazione post-Zapatero. Questi ragazzi non conoscono Franco, sono cresciuti nella democrazia, hanno un diverso rapporto con la politica. Sicuramente i loro nonni avranno conosciuto la repressione ma loro non ne hanno un’esperienza vissuta. Parlano catalano o basco in famiglia senza rischiare il carcere, lo imparano a scuola e questo si riscontra nella loro tranquillità. È molto bello anche vedere, quando vengono intervistati, come comunicano, con molto fair play e rispetto. Esprimono valori altamente democratici.

[Questo pezzo è stato pubblicato il 13.7.10 su Europa; immagine: la Roja ricevuta alla Moncloa, via Diario de Leon]

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lug  10
13
alle 04:10
da Igliff


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