Un riscatto per l’Alakrana?
L’Alakrana è un peschereccio spagnolo sequestrato dai pirati somali con i 36 uomini d’equipaggio per ben 47 giorni. La soluzione della vicenda sembra essere passata per Roma. Molte domande, anziché restare, come spesso accade, senza risposta, questa volta non vengono proprio fatte
L’Alakrana è un peschereccio spagnolo – costruttori e armatori baschi, equipaggio galiziano e africano – sequestrato il 2 ottobre dai pirati somali con 36 uomini a bordo, 16 dei quali spagnoli. La vicenda ha tenuto per 47 giorni la Spagna col fiato sospeso, sino alla liberazione degli ostaggi, avvenuta il 17 novembre. Durante e dopo il sequestro non sono mancate polemiche politiche. Il Partido popular ha accusato il governo socialista di improvvisazione, di cedere al ricatto dei terroristi, di eccessive remore nel far intervenire l’esercito.
Come sempre accade in casi simili a questo – in Italia lo sappiamo bene – si è posta la questione del pagamento del riscatto, se sia giusto o meno pagarlo, se valgano di più le ragioni umanitarie o la ragion di Stato e tutte le altre questioni che sempre hanno dovuto affrontare i governi che hanno avuto giornalisti, marinai, tecnici e cooperatori internazionali rapiti da organizzazioni criminali, terroristiche o da guerriglie.
E’ stato pagato un riscatto? Se sì di quale entità e in che modo?
La stampa ha parlato di un riscatto di 2,6 milioni di euro. Il governo ha negato qualsiasi pagamento e la cifra si ritiene possa essere stata versata dall’armatore, che non ha confermato. Comunque, se la sarebbe cavata a buon mercato. L’Alakrana non è una vecchia tinozza con migliaia di miglia marine e decenni dei servizio sulle spalle ma un mezzo moderno, costruito nel 2005 nei Cantieri di Murueta, vicino Bilbao: un gioiello dell’industria peschiera basca il cui valore si aggira attorno ai 30 milioni di euro. Si aggiunga a questo la vita di 36 persone e il prezzo del riscatto appare basso. Viene, anzi, da chiedersi se sia una cifra credibile.
Una parte importante della vicenda pare essersi svolta a Roma, durante l’ultimo vertice della Fao. Anzi, tutto fa pensare che senza il passaggio romano, il premier spagnolo Zapatero non avrebbe mai potuto fare il suo annuncio alla Spagna: «Il peschereccio Alakrana naviga ora liberamente verso acque più sicure. Tutti a bordo sono sani e salvi». Si tratta di fatti che, messi in fila e collegati tra loro, nell’esatto ordine cronologico e nei tempi in cui sono avvenuti, spingono a alcune riflessioni. Noi ci limitiamo a metterli in fila, così come sono accaduti e a fare poche domande.
Il giorno della liberazione degli ostaggi, attorno alle 11.00, il ministro degli Esteri spagnolo, Miguel Ángel Moratinos, atterra inaspettatamente a Roma e si reca presso la sede della Fao, dov’è in corso il Vertice sulla sicurezza alimentare. La presenza del ministro nella delegazione spagnola non è prevista, nessuna fonte ufficiale, neanche uno straccio d’agenzia, informa del suo arrivo a Roma. Solo i giornalisti spagnoli, improvvisamente, vengono convocati dall’ambasciata e gli viene prospettata una conferenza stampa con Moratinos, Elena Espinosa, ministro dell’Ambiente e dell’Agricoltura spagnolo – lei sì facente parte della delegazione – e il primo ministro della Somalia, Omar Abdirashid Al Sharmarke, nella sede della Fao.
Tra i giornalisti spagnoli comincia a girare la voce che la soluzione del caso Alakrana sia arrivata. La conferenza si sarebbe dovuta tenere a mezzogiorno ma salta. In effetti, dopo essersi incontrato col primo ministro somalo, Moratinos parte velocemente per Madrid, attorno alle 13.30. Lì, attorno alle 16.00, viene convocata la conferenza stampa nella quale viene annunciata la soluzione della vicenda.
Prima domanda. Moratinos ha concluso un accordo con Al Sharmarke che doveva essere chiuso di persona, senza intermediari?
Due giorni dopo, il 19 novembre, il vertice della Fao si è già chiuso da un giorno e tutti i giornali titolano sul suo fallimento: niente soldi freschi per la fame nel mondo! Eppure, una conferenza stampa viene convocata inaspettatamente dalla sottosegretaria spagnola per la Cooperazione internazionale, Soraya Rodríguez Ramos, presso un hotel di via di San Giovanni: la Spagna annuncia una donazione di 75 milioni di euro (112 milioni di dollari) al Programma alimentare mondiale (Pam) delle Nazioni Unite, per rispondere alla critica situazione alimentare nel Corno d’Africa. Si tratta del raddoppio dei contributi della Spagna al Pam e suscita l’entusiasta reazione del direttore esecutivo del Programma alimentare, Josette Sheeran: «Questo straordinario contributo porta speranza e aiuto ai 20 milioni di persone in maggiore difficoltà che ci siamo impegnati ad assistere nel Corno d’Africa».
Seconda domanda. Si vi è un legame tra la decisione spagnola, improvvisa e mai annunciata prima, e la soluzione della vicenda dell’Alakrana?
Passato qualche giorno accade un’altra cosa interessante. La scena si svolge nel Congresso, dove la vicepresidente del governo, María Teresa Fernández de la Vega, e la ministra della Difesa, Carmen Chacón, riferiscono ai deputati. Occorre però una premessa. La trattativa era stata complicata dal fatto che durante un’operazione di pattugliamento i militari spagnoli avevano catturato due membri della banda dei pirati, portandoli in territorio spagnolo, la cui liberazione era entrata subito nelle richieste di riscatto, rendendo tutto più difficile.
Un momento clou della vicenda del rapimento si era avuto il 5 novembre, quando i pirati – che sanno bene come comunicare – avevano portato via tre marinai, con atteggiamento minaccioso e lanciando un ultimatum. La notizia arriva dal capitano dell’Alakrana, Ricardo Blach, al telefono con la tv spagnola: «Hanno preso tre membri del nostro equipaggio e hanno lanciato un ultimatum di due giorni; se, passati questi due giorni, i due somali non vengono rispediti qui, uccideranno i nostri e ne sequestreranno immediatamente altri tre, o meglio ci uccideranno assieme ad altri tre perché è come una lotteria. Cosa posso dire di un governo che preferisce trattenere due pirati e sacrificare 36 marinai?». In realtà era una messa in scena comunicativa e dopo 10 minuti i tre erano stati riportati a bordo.
Riferendo su questo episodio De la Vega ha assicurato che «Il governo ha in ogni momento saputo dove si trovasse l’equipaggio». Ha spiegato che l’allontanamento è stato brevissimo e che il governo non ha comunicato l’immediato rientro sulla nave degli ostaggi per precise richieste dei rapitori e quindi evitare rappresaglie sugli ostaggi. La Chacón ha confermato dicendo tra l’altro che «Poco dopo [l'allontanamento dal peschereccio dei tre ostaggi] abbiamo ricevuto nuove informazioni: che i tre erano stati riportati a bordo, cosa che alla fine ci ha confermato anche il primo ministro somalo».
Terza domanda. Omar Abdirashid Al Sharmarke guida un governo praticamente non riconosciuto, in un paese in balia dei clan da oltre 15 anni: quali informazioni può avere veramente e di che valore? Ma, comunque sia, a nessuno è parso strano che il primo ministro fosse così al corrente dei minimi particolari di quanto facevano pirati e ostaggi?
Per tutto questo ci saranno valide speigazioni. Ci conforta, però, sapere – mal comune, mezzo gaudio – che non solo ai giornalisti italiani, a volte, non vengono alla mente domande facili, facili…
[nell'immagine del ministero della difesa spagnolo il peschereccio torna verso la Spagna]
da Igliff
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