Lo sciopero degli aborti
Da oggi a sabato sale operatorie chiuse. La protesta non nasce dall’attivo movimento delle donne, impegnato in una decennale lotta contro la violenza machista, ma dall’associazione delle cliniche private.

L’Associazione delle cliniche accredite per l’interruzione di gravidanza (Acai) protesta contro i controlli continui alle quali vengono sottoposte – un mese fa a Madrid due cliniche sono state chiuse e 7 persone arrestate per aborti compiuti oltre i limiti di tempo.
Nell’aggressivo clima integralista fomentato da destra e chiesa cattolica si sono registrati anche casi di aggressioni a medici e danneggiamento di strutture dove si praticano le interruzioni. Ma la serrata chiede anche una revisione della legge che ha depenalizzato l’interruzione di gravidanza.
Varata nel 1985 la legge prevede il ricorso all’aborto solamente nei casi di stupro (entro 12 settimane), di gravi tare del bambino (fino a 22 settimane col parere di uno specialista), di pericolo per la salute fisica o psichica della madre (col parere di un medico senza limiti di tempo).
La diffusione dell’obiezione di coscienza nelle strutture pubbliche fa sì che il 98% delle interruzioni di gravidanza avvenga nel settore privato. E la restrittività della legge facilità la ricerca di forzature tese ad aggirare le strette maglie della norma.
L’Acai ne chiede da tempo una revisione che consenta alle donne di scegliere autonomamente se portare avanti o interrompere la gravidanza nelle prime 12 settimane di gestazione, lasciando poi all’intervento dello Stato solo i casi che superino questo limite temporale.
[immagine: un manifesto della campagna italiana per la depenalizzazione dell'aborto negfli anni '70, via VitaStordita]
da Igliff
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