Il referendum del Lehendekari
Rientra sulla scena prepotentemente il Lehendekari Ibarretxe, il governatore dell’autonomia basca. Il suo referendum indipendentista al contrario domina il dibattito post-tregua, mentre l’Eta tenta di nuovo di uccidere e Zapatero si prepara alle prossime elezioni. È l’ultimo fuoco di un nazionalismo non più in grado di trovare idee per la nuova fase politica – e che solo Cossiga ormai appoggia?
L’elezione di Zapatero aveva di per sé cancellato dalla scena quello che era chiamato il Plan Ibarretxe: quella trovata politica per la quale il Paese basco avrebbe sancito la sua autonomia attraverso il curioso procedimento inverso della «libera adesione del popolo basco» allo Stato spagnolo.

Tirato fuori dal cilindro durante il secondo governo Aznar il coniglio-referendum rappresentava bene il culo di sacco nel quale si era ficcato il nazionalismo del Pnv di Ibarretexe come pure l’isterismo applicato che i popolari profondono nell’approccio alle questioni nazionaliste: avevano addirittura inventato il reato di convocazione di referendum non autorizzato, apposta per bloccare l’iniziativa di Ibarretxe.
Con Zapatero al governo il referendum era morto, politicamente parlando, dato che era evidente a tutti che si apriva, per la questione territoriale spagnola, un periodo totalmente nuovo.
Zapatero si era presentato agli elettori col messaggio che la questione territoriale, fonte di continue tensioni, andasse risolta e come l’unico politico in grado di rispondere alle richieste delle nazionalità spagnole ma pure convinto difensore dell’unità della nazione.
Si trattava di realizzare quella España plural sancita dalla Costituzione e mai pienamente compiuta – a cominciare dalla mancata creazione del Senato delle Regioni, con la Camera alta rimasta un ibrido in un sistema fortemente decentralizzato.
Ma il grande impegno era quello di superare la violenza terrorista dell’Eta. Trovare una soluzione negoziata che portasse alla restituzione delle armi, in un processo che si ispirava, pur nella diversità di fondo, a quello dell’Irlanda del Nord.
Ma le cose sono andate diversamente e la parte della dirigenza dell’Eta contraria alla trattativa ha preso il sopravvento e rotto la tregua.

A questo punto Ibarretxe ha ritirato fuori il coniglio e per farlo non ha esitato ad aprire una crisi politica nel Pnv, col presidente Josu Jon Imaz, contrario al referendum e a qualsiasi iniziativa che rompesse il fronte dei partiti democratici davanti all’Eta, che davanti alla vittoria della linea Ibarretxe ha deciso di dimettersi dalla carica e dalla politica attiva (succede, in alcuni paesi). Scommettere sul futuro, è il titolo della lettera che il 12 settembre rese pubblica, annunciando la sua decisione irrevocabile.
Insomma, Ibarretxe si appresta a incontrarsi con Zapatero per presentargli un piano referendario che il presidente non ha nessuna intenzione neanche di sentire nominare, figuriamoci di discutere, perpetrando una politica nazionalista che in Europa appoggia ormai il solo Presidente emerito Cossiga. Il Lehendekari si accontenterebbe forse di un impegno politico di Zapatero nel caso probabile di una sua rielezione, ma questi non vuole dare cittadinanza politica al piano e nell’incontro di oggi chiuderà ogni spazio a un procedimento illegale che il lehendekari non ha giuridicamente nessun diritto di proclamare. L’unico referendum possibile, spiegherà Zapatero a Ibarretxe, è una eventuale modifica dello Statuto di Gernika, l’insieme di norme che fonda l’autonomia basca e regola le sue comoetenze rispetto allo Stato.
[foto: Ibarretxe, via galizacig; Zapatero, efe, via Noticias de Alava; Imaz, via etb]
da Igliff
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